a

Lorem ipsn gravida nibh vel velit auctor aliquet. Aenean sollicitudin, lorem quis bibendum auci elit consequat ipsutis sem nibh id elit dolor sit amet.

Onda su Onda, Storie di Vento e di Mare

Acciaio ottone rame alluminio– così specifichiamo ab initio la natura profondamente e intrinsecamente “di terra” dell’opera di Alessandra Chicarella, laddove invece ci si suppone circondati dal mare, dichiarando al tempo stesso l’importante formazione orafa dell’autrice, e l’ambigua natura a cavallo tra scultura e libro d’artista- concorrono, in lamine morbidamente ondulate e modulate, a comporre le pagine di un diario di bordo sfogliate da brezze marine, più che da venti impetuosi. 

Se il pensiero corre alla danza macabra dettata dai venti al libro sacro sulla bara di un Santo Papa in mezzo alla piazza del Bernini, è per contrasto, non certo per similitudine, qui non c’è morte, qui c’è vita. Il diario, o quaderno, fluttua sullo specchiante rettangolo blu del mare, e se le venature bianche siano tracce delle rotte percorse o da percorrere, oppure schiuma rappresa in superficie, resta dato in sospensione. Così come la frase incisa sulla pagina metallica “È ancora buio. Mollo gli ormeggi. L’orizzonte mi sta aspettando”, si presta a un ventaglio d’interpretazioni : dall’abusato fantasma di Corto Maltese, al roboante dannunziano“Arma la prora e salpa verso il mondo”, e  altro, ma a me procura il brivido di certe partenze -o arrivi- in piroscafi invernali, da o verso approdi  insulari deserti in ore antelucane, quando l’unica presenza reale a trattenerti sulla terra è l’odore inebriante di un forno aperto, comunque vinta dalla lusinga mutevole e danzante dei flutti color indaco che, come le sirene di Ulisse, richiamano a sé, e avranno infine la meglio.

Il diario di bordo di Alessandra Chicarella funziona un po’ come le Matrioske, rassicuranti all’esterno, stracolme poi di autoimplicazioni e corollari, individuabili esclusivamente con la tecnica dello step by step, come, ad esempio, la questione dell’appartenenza dell’opera- a prescindere dal percorso individuale- agli schemi della “Scuola pontina”, e sotto alcuni aspetti ci si potrebbe stare. La libera felicità di colore e metalli che travalica i paletti di convenzioni dettate da un contemporaneo metropolitano talvolta sterile nel comune denominatore di omologanti pretese neoconcettualistiche; l’apertura mentale di chi il mare lo ha in casa; la leggerezza e l’eleganza quasi immateriale di piani e linee che richiamano il miglior razionalismo  architettonico, sempre “di casa”, sono comunque elementi riconducibili a una matrice territoriale, anche. Libera inventiva in libero stato pontino, dunque, e speriamo che duri.

Marcella Cossu